Nasciamo bisognosi di cure, di sguardi amorevoli, di gesti accudenti. Essendo creature del bisogno e della mancanza, sperimentiamo la dipendenza dall’altro, e con essa il limite, la fragilità, il dolore e la morte.

Facciamo esperienza, talvolta tragica, che i doni dell’altro sono sempre parziali.  Queste parzialità dimorano in noi come “ulteriori mancanze”, talvolta come vere e proprie ferite. Esse continuano a segnare la nostra storia di figli, di fratelli, di coniugi, di genitori, di amici o di colleghi.

Ebbene, ognuno di noi risponde all’incompiutezza della propria storia e ai “buchi” in essa contenuti cercando di colmarli come sa e come può. È questa la logica “del bisogno”. La soddisfazione del bisogno si regge sul possesso, sul godimento, sul piacere.

Quando nella vita adulta continua a prevalere la logica del bisogno significa che il passato ha gettato la sua ombra sul presente. I vuoti e le ferite continuano a vivere clandestinamente in tutte le relazioni, condizionandone forma e scelte.

Ma accanto alla “logica del bisogno”, ve n’è un’altra, quella “del desiderio”.

Il desiderio, al contrario del bisogno, non è memoria di ciò che avevamo e che abbiamo perduto. Il desiderio è rivelazione di qualcosa di non conosciuto, di totalmente altro. È nostalgia di futuro dal quale mi chiama attraverso il volto dell’altro, irriducibile ai miei bisogni. Nel desiderio l’altro cessa di essere una proiezione dei miei bisogni irrisolti, un oggetto da possedere o di cui godere, per diventare appello, chiede ospitalità. Se nel bisogno sono io il soggetto delle mie azioni, nel desiderio io sono un chiamato, il vero soggetto è lui. Mi chiama, mi mette per strada e mi indica un altrove.

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